Sabato 3 settembre_ ore 22.50_ Ex filanda_ esposizione filosofica

‘Neuro-habitat’:
osservazioni sulla società della comunicazione

S-comunicato numero zero
Non abbiamo oggi bisogno dell’ennesimo manifesto “post-moderno” contro la comunicazione, in fondo pronto a dis-perdersi nei meandri accademici, alla ricerca di una ennesima gratificazione di un narcisismo beota, anzi “beone”: che non riconosce l’importanza decisiva del penultimo bicchiere, per dirla con Deleuze. In un recente intervento su “Millepiani/Urban”, che ho intitolato “Neuro-habitat”, in omaggio al lavoro del disegnatore spagnolo Miguel A. Martin, ho ripreso criticamente alcune considerazioni di Eugenio Borgna (del suo La solitudine dell’anima) sul tema della scelta di stare soli, individuata come condizione di pensiero e di agire intimamente critico. Lo psichiatra distingue tra solitudine e isolamento, per sottolineare come la prima si possa anche vedere positivamente, come un fare appello a delle risorse di natura “interiore”, da mettere successivamente a valore nel confronto sempre più complesso con la realtà. Al secondo sarebbe da assegnare un sottofondo inevitabilmente patologico. Capisco il senso delle suggestive e qualificate analisi di Borgna, ma a me preme la bassa classifica, interessano i bassi-fondi, e allora voglio considerare l’isolamento, rispetto a quella solitudine che vale come una condizione di sospensione del tempo a favore di un tempo differente, come l’espressione di una volontà di “assenza”, come manifestazione di un contro-tempo, che può favorire dinamiche di fuga, di allontanamento senza riserve dal complesso normato dei ruoli e delle funzioni che fa presa sulla realtà contraddittoria dei processi di soggettivazione. È a partire da tale contrapposizione che forse vale la pena riprendere, su base deleuziana, un’analisi del tra-passo identitario, che oggi ci ri-guarda, in un senso non solamente negativo, laddove si percepisca appunto la sua mostruosità come una messa a valore anche dell’isolamento, della solitudine radicale, difficilmente vivibile, certo, ma sostenibile nell’impiego accorto dei supporti tecnologici (pure della comunicazione e dell’informazione…). Accanto a ciò appare indispensabile la delineazione di una critica della comunicazione, che intende quest’ultima come circolazione di parole d’ordine, in un sistema di controllo. Una critica al servizio (di servizio…) di un contro-informare effettivo, dunque, oltre il “preferirei di no” dello scrivano di Melville, ma che muove essenzialmente dalla sua anti-pragmatica del potere.