OGGETTO/COSA-OGGETTO/CORPO-OGGETTO/TESTO
Incontrando Silvia Costa della formazione veneta Plumes dans la tête intorno alle performance Insorta distesa e Stato di grazia
> a cura di Chiara Pirri.

La redazione di Scienze Diagonali incontra Silvia Costa, performer e fondatrice di Plumes dans la tête, per confrontare idee, pensieri e suggestioni nate intorno alle prime due tappe del trittico Formazione Pagana, Insorta distesa (2010) e Stato di grazia (2011) ospiti al festival Crisalide 2011

Silvia Costa: Si tratta di due spettacoli che considero autonomi ma facenti capo a uno stesso processo e contesto mentale: la trattazione della materia, e nello specifico dell’oro come elemento magico di incorruttibilità e perfezione. Ho considerato questa immagine sia per quello che rappresenta concettualmente, oltre che come semplice materia.

Il processo alchemico che questo elemento cela è lo stesso attraverso cui giungo alla creazione di una forma. Ed è questo modo di procedere che attraversa tutte e tre le parti di Formazione Pagana. Procedo come uno scienziato per tentativi, consapevole che nella mia testa le idee sono chiare, ma che la loro materializzazione in scena non è affatto cosa ovvia. L’estetica dei due spettacoli è molto diversa. Uno basato sul movimento, sulla presenza dinamica di un corpo in scena. L’altro al contrario su un’immobilità del corpo; e sulla presenza fondamentale della parola. Nonostante questa sorta di radice distinta, i lavori sono accomunati dalla presenza di qualcosa di grezzo che alla fine si trasforma in qualcosa di sublime.

La performance Insorta distesa apre sull’immagine di pezzi d’argilla, grezzi forme-involucri. Da questa materia informe qualcosa prende letteralmente corpo...

Le forme di gesso che ricoprono il corpo sono cocci formanti ma allo stesso tempo informi; qualcosa di fragile e tuttavia durevole. Sporcano in modo inalienabile lo spazio. Da questi cocci esce del nero, del vuoto. La tenebra. Qualcosa che è stato a lungo lontano dalla luce, ma che nell’uscire porta-luce. Per questa ragione per Insorta Distesa ho lavorato con Nathaly Sanchez – performer che purtroppo ho dovuto sostituire io stessa qui a Crisalide, a causa di un infortunio improvviso – eburneo corpo nero – una presenza che conduce in sé potenza. Essendo il suo corpo assorbito dal vuoto dell’oscurità retrostante, a volte si ha l’impressione che siano quei pezzi bianchi di corpo, che contemplano la forma in negativo, a muoversi da soli. Era su questi spazi di ambiguità che mi interessava lavorare. Mi piace l’idea che ogni elemento del lavoro si mostri ma per poi sfuggire sempre. Quando penso ad un lavoro mi accorgo di intravvedere tra le cose che metto in scena una specie di narrazione sottile, subliminale, ed anch’essa mi sfugge, lasciando così lo spazio ad un dubbio, ad una possibilità aperta. Un fragile confine tra ciò che c’è e ciò che non c’è.


                                   Insorta distesa_Silvia Costa/Plumes dans la tête_Photo© Marta Ragusa (Forlì)


Alcune parole sono proiettate sullo sfondo. Sono i nomi latini delle diverse cavità venose e arteriose che attraversano il corpo umano. Lampeggiano in una sospensione atemporale prima che dalle macerie insorga glorioso un corpo. Il primo segno di vita che si vede è la comparsa di due nastri, uno blu e uno rosso (come la circolazione venosa e la circolazione arteriosa) che sembrano fuoriuscire per estrazione dal corpo. Il blu e il rosso mi interessavano per il loro apporto cromatico. Il sangue-materia portato ad un livello di stilizzazione cromatica.

…in scena sono presenti anche strumenti da lavoro che riproducono il suono del battito cardiaco, una collana d’alloro (come figura trionfale della gloria)…

Nella composizione dell’immagine ho cercato di dare una dimensione archeologica allo spazio, attraverso un treppiede e altri strumenti da geometra. In effetti il pretesto visivo da cui sono partita è quello di un paesaggio addormentato da tempo, e nella fattispecie quello delle rovine di Pompei.


Il finale è di nuovo una distesa di cocci che la performer, questa volta in tuta bianca da dipartimento scientifico, scruta e cataloga. Cosa implica il ritorno finale al centro della scena? Fa si che la performance assuma un carattere ciclico?

Il finale di questo lavoro é per me una parte importantissima. Non tanto per il senso di ciclicità, che è vero che apporta, ma per la sua caduta estetica volevo chiudere con un’immagine che non fosse bella. Una tuta da lavoro, gli stivali… producono una rottura con quello che è accaduto prima. Il cambiamento di stato di cui parlavo in precedenza.

Le traiettorie disegnate dal corpo nello spazio dialogano con le due linee rosse di laser (una orizzontale e una verticale) come ascisse di un sistema cartesiano dentro il quale si muovo forme geometriche…

Con Nathaly abbiamo lavorato su delle traiettorie fisiche che tracciano lo spazio ed entrano in relazione con quelle che si materializzano in linee di luci, in macchie di suoni, in posizioni di oggetti. Questi elementi hanno, per me, la stessa consistenza dei movimenti, e mi servono per definire la geometria totale del lavoro. Anche la forma del corpo che scelgo e a cui chiedo di stare in scena è per me  importante in senso geometrico. Permette di essere essenziali. Nel caso di Nathaly Sanchez inoltre la forza della sua presenza sta nel fatto che lei è una vera esecutrice delle azioni, azzera il grado dell’interpretazione, per darsi come segno.



                                 Insorta distesa_Silvia Costa/Plumes dans la tête_Photo© Marta Ragusa (Forlì)

In una visione affollata di segni lanciati nel campo visivo ciò che trafigge lo sguardo – nell’inedita versione di Crisalide – è al contrario l’espressività del volto di Silvia Costa. Si tratta di un volto che serba qualcosa di affettivo, non legato a una biografia, a una storia singolare, quanto piuttosto a una dimensione patetica.

La mia sostituzione di Nathaly è stata oggetto di numerose interrogazioni. Dovendo sostituirla ho dovuto togliere molti gesti, modificarne degli altri, perché appunto il mio corpo ha una geometria completamente diversa rispetto a quello Nathaly e alcune cose che funzionano con Nathaly non funzionano con me. E prima di tutto c’era il problema del mio volto. Come nasconderlo? Come neutralizzarlo come invece succede naturalmente con Nathaly?
Nei miei lavori cerco sempre di cancellare la dimensione identitaria per lasciare un vuoto che intendo come uno spazio abbandonato all’azione di chi guarda.
 Ed in questo caso temevo di riempire quel vuoto.

Stato di Grazia è il secondo lavoro del trittico Formazione Pagana, firmato Plumes dans la tête, creato in residenza nella sala piccola dell’Ex Filanda di Masque Teatro. Questo secondo momento si pone apparentemente in un campo di azione e significazione diatralmente opposto a quello di Insorta distesa. Dalla dimensione estetizzante del primo si passa ad uno spazio privo di segni e d’azione, in cui campeggia come elemento centrale la parola detta in un’attitudine monologante. Il testo appartenente alla letteratura medica – tratto da Psychopathia sexualis di Richard von Krafft-Ebing, pubblicato per la prima volta nel 1886 – proferisce da un corpo obliquamente adagiato al muro come un oggetto dimenticato, un pezzo di legno privo di vita. La performance narra in prima persona la storia di una vita deviata, segnata dal susseguirsi di ossessioni sessuali. Un monologo del sé. Un testo crudo e chirurgico nelle sentenze e nella descrizione ma contemporaneamente segnato da un forte afflato sentimentale…

La deviazione mentale di cui, seguendo il testo, è affetta la persona rappresentata (il ragazzo che incarno) trova per me una correlativo oggettivo nella posizione in cui il testo viene proferito. In realtà ho prima immaginato un corpo obliquo e poi è arrivato il testo, portatore della stessa deviazione spaziale. Questo aspetto è significativo del valore che assegno al testo. Lo intendo principalmente come un oggetto tra gli altri che compongono la scena, una parte oggettuale della composizione del lavoro.


                                Stato di Grazia_Silvia Costa/Plumes dans la tête_Photo© Marta Ragusa 2011 (Forlì)

L’ambiente sonoro su cui il monologo si staglia è costituito da rumori metallici provenienti da un altrove lontano eppure vicino. Sono un vero elemento di disturbo. Attivano qualcosa di alienante da una situazione che potrebbe risultare “patetica” (in senso etimologico)…

Ho scelto di utilizzare come fondo sonoro dei rumori d’ambiente, come se nella stanza affianco stessero lavorando, smontando delle cose, trascinando degli oggetti. E questi suoni, eseguiti dal vivo persistono per tutta la durata del testo, insinuando così nello spettatore il dubbio se quel rumore sia voluto oppure accidentale. Portando così anche un disturbo nella fruizione, un fastidio che o allontana di più lo spettatore, o al contrario richiede da parte sua una maggiore attenzione, un cercarsi più volontario le parole del testo.

Alla fine un fuoco finto brucia il corpo-ceppo dell’uomo deviato. I boscaioli in camicia a quadri che spostano il corpo, i legno fatti di cartone, l’arancione delle lucine del fuoco inseriscono un elemento di kitsch o di naivitè, su cui spicca il richiamo inevitabile al sacrificio e di seguito all’immagine artaudiana del fare “segni fra le fiamme”…

Volevo sfidare fino in fondo questo lato di mera finzione, di falsità, provando nuovamente a sfuggirlo. Facendo vedere l’artificio ma creando poi un’immagine che funzionasse esteticamente, in modo tale da far dimenticare tutto il processo che aveva portato fin lì. Confondendo.  In questo mi aiuta la precisione realistica con cui sono costruiti gli oggetti, come quei falsi tronchi di legno fuori misura; e soprattutto attraverso il suono.
Con Lorenzo Tomio abbiamo cercato di evitare la struttura a crescendo nella composizione del suono, e considerando piuttosto come principio quello della trasformazione. Iniziare da un suono preciso per passare poi in un’unica continuità in un altro. Faccio un esempio: iniziamo con il suono del fuoco, il cui scoppiettare progressivamente si fa percussione, battere di tamburi, danza di una tribù lontana, rituale antico. È in questo tipo di fuoco che il corpo brucia. Bruciando provoca energia. È un modo per conservarsi più che consumarsi. In questo senso, anche in virtù del suo aspetto finzionale è in atto non tanto un sacrificio quanto un rituale di purificazione.

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SCIENZE DIAGONALI_TALK BACK_a cura di Chiara Pirri_
materiali dell'incontro redazionale del 3 settembre 2011_
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