Michel Foucault
Gli anormali

Corso al Collège de France (1974-1975)
collana Campi del sapere
Feltrinelli, 2000.

Nel Corso tenuto al Collège de France nell’anno accademico 1974-1975, Michel Foucault definisce le tre figure principali dell’anormalità:

il mostro umano, antica nozione cui quadro di riferimento erano le leggi della natura e le norme della società;
l'individuo da correggere, di cui si fanno carico i nuovi dispositivi di disciplinamento del corpo;
l'onanista, che è oggetto, già dal XVIII secolo, di una campagna indirizzata al controllo della famiglia moderna.

Proseguendo le analisi sviluppate a partire dal 1970 dedicate alla formazione del sapere e del potere di normalizzazione, Foucault - sulla base di numerose fonti teologiche, giuridiche e mediche - affronta il problema di quegli individui considerati "pericolosi" che, nel corso del diciannovesimo secolo, sono stati definiti "anormali". Foucault esamina le perizie medico-legali che hanno consentito alla psichiatria di entrare e fissarsi nei meccanismi giudiziari; espone i piani per ricerche rimaste incompiute (per esempio lo studio sull'ermafroditismo); offre tracce importanti di progetti poi abbandonati (tra gli altri, quello sulle pratiche di confessione e direzione di coscienza nell'età moderna). Pone così le premesse teoriche di una serie di tesi portate avanti nell'insegnamento al Collège de France e riprese nelle opere successive.

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Michel Foucault
Poteri e Strategie. L’assoggettamento dei corpi e l’elemento sfuggente

a cura di Pierre Dalla Vigna
Mimesis, 2006

I poteri diffusi, il loro essere coestensivi al tessuto sociale, ma anche la radicale opposizione inscritta nei corpi di chi si oppone alle pratiche disciplinari, sono l’argomento principale degli interventi e dei testi di Michel Foucault, qui presentati per la prima volta in forma organica al pubblico italiano. In questi brevi scritti emerge con forza tutta la radicalità del pensiero foucaultiano, che proprio nei luoghi più codificati delle istituzioni totali – carceri e manicomi, ma anche scuole, fabbriche, uffici, ospedali – ha voluto individuare la possibilità di una fuoriuscita, di un pensarsi al di fuori, dell’affermarsi irriducibile di un “elemento sfuggente”.

 

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Judith Butler
La vita psichica del potere.
Teorie della soggettazione e dell’assoggettamento

Meltemi, 2005


Questo libro è un importante contributo all’individuazione degli elementi basilari delle dinamiche relazionali del potere. Il quale, nella duplice forma di chi l’agisce e di chi lo subisce, è per Judith Butler costitutivo dell’origine stessa della soggettivazione e dell’assoggettamento. Parlare di potere significa dunque parlare della possibilità stessa della soggettivazione e Judith Butler lo fa senza riferimenti a connotazioni morali: il potere non è né bene né male, è una forma istituita e istituente. Al centro della sua proposta sta il fatto che ognuno concorre a creare le forme del potere che in parte subisce, ma non sempre ne è consapevole. Lo fa consegnando la propria possibilità soggettiva a qualche processo cooperativo o istituzionale e così facendo diviene soggetto riconosciuto ma anche assoggettato. Il potere individuale e quello collettivo che si esprime in forme istituzionali e, a volte, di dominio, hanno una loro vita psichica: sono creati dalla psiche dei soggetti mentre diventano essi stessi soggetti. L’istituzione esterna di un potere ha una base costitutiva interna che lo sostiene e l’autrice la coglie nel doppio legame tra intrapsichico e interpsichico che origina il soggetto stesso, mentre viene definito dall’altro da sé. In questo processo che lega psiche e cultura e alimenta le diverse forme del potere non c’è soluzione di continuità. Il potere è nella vita psichica del soggetto e ne segna il contesto linguistico e culturale, laddove si esprimono le condizioni della soggettivazione e allo stesso tempo le relazioni performative di assoggettamento. Per seguire questo percorso, l’autrice si avvale delle teorie di Hegel, Nietzsche, Althusser, Foucault, Freud. Quello del potere è insomma per Judith Butler un teatro in cui i recessi più profondi dell’affettività umana esistono contingentemente con le manifestazioni storico-sociali, e le possibilità dell’emancipazione o della subordinazione riguardano direttamente il modo in cui viene elaborata la connessione tra mondo interno e mondo esterno._