IL CORPO, LO SPAZIO E ALTRI LUOGHI PERFORMATIVI.
Attraversando i lavori di Cindy Van AckerMk e BAROKTHEGREAT

> Matteo Antonaci. Per entrare nelle pieghe de L’igiene, “ipotesi percettiva” presentata dalla compagnia Habille D’eau durante Crisalide Festival XVIII, nasceva l’esigenza di soffermarsi in maniera specifica sulla problematica del rapporto che il corpo instaura con lo spazio scenico. Non si trattava esclusivamente di indagare le modalità abitative dello spazio performativo da parte di un corpo che agisce, ma anche, e soprattutto, di soffermarsi sulle possibili alterazioni che un corpo spettacolare (inteso come struttura definita dello spettacolo) subisce durante la prassi performativa nel suo attivarsi processuale. Inseguo questo doppio nodo attraverso alcuni degli spettacoli presentati al festival: Lanx di Cie Greffe/Cindy Van Acker, Quattro Danze coloniali viste da vicino della compagnia Mk e Fidippide della formazione BAROKTHEGREAT.
Se lo spettacolo della coreografa e danzatrice Cindy Van Acker presenta uno spazio altamente strutturato, la cui forma geometrica millimetrica è parte ineludibile della stessa performance, dall’altro le restanti compagnie sembrano orientarsi verso una pratica site-specific, più volutamente contaminata con il luogo che la ospita, installando il proprio spettacolo in spazi non convenzionali (Mk) o a spazi scenici il più possibile spogli (BAROKTHEGREAT) nei quali il corpo cerca una dimensione di disorientante apparizione.


1. Vibrazioni geometriche.
Di fronte a Lanx di Cindy Van Acker


Un piano lucido, acquoreo, bianco, attraversato da rigide linee diagonali che salgono lungo le solide pareti nere è lo spazio abitato da Cindy Van Acker in Lanx. Vestita di verde, la performer è stesa a terra come una traccia verticale disegnata sul candore geometrico del suolo. Una linea bianca percorre la sua schiena. Nel suo corpo sembra assorbirsi e deflagrare l’intero spazio scenico permeato dalle particelle sonore modulate in tempo reale da Mika Vainio, sound artist e fondatore dei Pan Sonic. Il rapporto corpo-spazio è tutt'altro che evidente. Qui il corpo stesso è luogo del movimento. Un movimento che nasce da invisibili vettori interni per proiettarsi, come retta infinita, in uno spazio che dà l'impressione di dilatare i suoi confini reali.  Dinamiche di micro-espansione e pulsione, infatti, sembrano permeare  lo spazio grazie al vibrare di figure geometriche tracciate dal corpo, figure trasfromate in forze d’espansione del gesto. Quello che colpisce non è solo il posizionamento del corpo, la sua dinamica controllatissima, il percorso degli arti, piuttosto quel “vibrare” reciproco di linee nel/dal corpo, riverberate nello spazio, che nel loro comporsi matematico-geometrico si installano su una cancellazione: l’identità umana. Cindy Van Acker non offre mai il suo volto allo spettatore, non offre mai la sua figura verticale, l’interezza del suo corpo umano. L’ossequiosa lentezza o la rapidità mai furtiva del movimento incontra lo sguardo nel cancellarsi della dimensione umana e nel ri-velarsi delle figure geometriche interne-esterne al movimento stesso. Il suono disegna confini, riempie il biancore, lo muove, diviene esso stesso materia d’azione, spazio concreto in cui il corpo geometrico si inserisce trovando la sua più ergonomica dimensione. Ergonomico alla vibrante geometria è, infatti, il tappeto sonoro che Vainio costruisce dal vivo modulando matrici di glithces. Come il movimento e la conseguente figurazione geometrica si manifesta a partire da vettori invisibili dello stesso movimento, così, sondando ed esplorando i territori dell’inaudibile, (come nota Enrico Pitozzi in Fantasmata. Gerometrie della molteplicità in Cindy Van Acker, approfondimento pubblicato in EXTRA CONTENT) si manifesta il suono. Esso diviene presenza, forma capace di saturare completamente lo spazio udibile e di incidere sulla percezione dell’immagine. Suono ed immagine, nel loro perfetto contrappunto di vibrazioni, divengono, dunque, spazio aderente alle linee geometriche tracciate.

 Lanx_Cindy Van Acker_Photo© Isabelle Meister

Una scenografia altamente strutturata diviene elemento performante nella continua e impercettibile modulazione che subisce per via del rapporto istaurato con la dinamica delle figure corporee e sonore. Le micro-variazioni del clima performativo generate da lenti cambi di luce disegnati da Luc Gendroz, il propagarsi delle onde sonore prodotte all’unisono con il corpo, sembrano parcellizzare lo spazio non per condurlo in un altrove immaginifico ma per mettere in risalto un “tra”, diaframma dentro il quale, letteralmente, lo spettacolo si svolge.

 

2. Luoghi del collasso
Fidippide di BAROKTHEGREAT

Perfettamente simmetrico a Lanx è Fidippide, performance di BAROKTHEGREAT, duo composto dalla performer Sonia Brunelli e dalla sound artist Leila Gharib. Anche questa breve azione sonico-gestuale, infatti, fa del corpo uno spazio in cui agiscono vettori e linee d’intensità geometrica, e utilizza il suono come fondamentale elemento plastico. Al contrario di Cindy Van Acker, BAROKTHEGREAT sceglie di posizionarsi in uno spazio scenico completamente spoglio. La scommessa sembra quella di ritrovare uno spazio ideale – altamente strutturato nell’ideazione e nelle potenzialità della performance – nel reale spazio fisico che di volta in volta le due artiste abitano. Il topos del corridore guerriero, evocato nel titolo, l’immaginario podistico e la tensione agonistica, materia di indagine compositiva della performance, si asciugano nell’ampiezza di uno spazio quanto più vuoto possibile. Unica eccezione è una fonte di luce posizionata al centro della scena. Mentre Leila Gharib crea un suono cadenzato percussivamente, Sonia Brunelli guadagna – per linee esterne e con lentezza – lo spazio. Il viso sollevato e frontale. Gli occhi spalancati verso gli spettatori. I muscoli tesi impegnati nell’iterazione continua, sintetica, sistematica del medesimo gesto. Il corpo, in cui circolano in maniera continua vettori e linee di energia, sembra sempre sul punto di schizzare fuori nella contrazione elastica dei muscoli. Il muoversi improvviso e meccanico degli occhi, il gonfiarsi-sgonfiarsi della bocca assorbe l’azione nell’empasse di un rallenty che passa nell’aria emessa-immessa dalle narici. È un corpo prigione, quello di Brunelli, che trattiene l’esternazione del movimento per lasciare collassare ogni forma di figurazione legata all’orizzonte mitologico chiamato in causa dal motivo dello spettacolo. La forma esala l’ultimo respiro nella corsa frenetica dall’interno del corpo verso l’esterno per morire sulla sua superficie. 

 Fidippide_BAROKTHEGREAT_Photo© Luca Ghedini


Ma questa superficie  come si relaziona allo spazio circostante? A  costruire il rapporto con lo “spazio espositivo” della performance è il suono creato dalla Ghabir. Battito cardiaco deformato e de-umanizzato attraverso una strumentazione elettronica, ma anche pulsare meccanico della corsa e martellare vitale di un corpo atletico iper-umano, il suono diviene morsa che attanaglia l’intero spazio scenico. La percussione definisce le dimensioni utili al movimento di Brunelli, costringe inconsciamente lo sguardo dello spettatore verso questo ritaglio di spazio, quindi, come buco nero, assorbe l’intero luogo fisico. La spazio vuoto (la scena) coincide perfettamente con il pattern percussivo, ora luogo reale dell’accadimento.


3. Vicine lontananze
Quattro danze coloniali viste da vicino di MK

Su un orizzonte opposto sembrano muoversi le Quattro danze coloniali viste da vicino di MK. Costruito su un’indagine della retorica coloniale, lo spettacolo – come indica il coreografo Michele di Stefano – è orientato alla “costruzione di uno spazio ideale dove mettere in potenza, il più possibile, episodi di indagine sul rapporto e la distanza tra i corpi, partendo dall’assunto che ciò che è distante è sempre vicino a qualcos’altro”.
Così recita infatti la presentazione della performance: “Fuori dal tragitto esotico che le contiene – lo spettacolo “Il giro del mondo in 80 giorni” – queste quattro danze possono istallarsi precariamente nell’Ovunque (…). Lo spazio è misurato e attraversato da indagini coreografiche in bilico tra paesaggio puro, questioni legate al trasporto e ricostruzione tormentata dell’esotico”.
Situandosi in spazi non teatrali, Quattro danze coloniali, si configura come un’apparizione coreografica, in cui lo spazio scenico sembra muovere in direzione del suo completo annullamento, alla deterritorializzazione delle sue caratteristiche fisiche a favore di una radicale indeterminatezza del segno e del gesto. Il gioco di vicinanze e distanze non coinvolge solo i corpi dei danzatori ,ma anche e soprattutto il luogo fisico improvvisamente spazializzato-come-altrove, proiettato verso il puro anonimato. Ne è dimostrazione esemplare la replica presentata durante Crisalide nello spazio Ramo Rosso

 Quattro danze coloniali viste da vicino_MK_Photo© Luca Ghedini

Questo luogo allucinato di giallo, illuminato da luce naturale, è abitato da performer che embrano apparire, improvvisamente, come sputati fuori dalla fessura di una parete in muratura. L’annullamento della dimensione cronotopica – come sprofondata proprio in questa particolare densità luminosa – e l'allucinante apparizione – simile al clima delle surreali manifestazioni di presenze e spazi mentali che troviamo nei romanzi di Haruki Murakami – traslano il luogo concreto in ovunque. Un ovunque setacciato anche dalla dimensione sonora costruita come inafferrabile landscape dal quale emergono in primo piano, versi di animali, rumori di piante, tuoni e acquazzoni. Tale tappeto sonoro, impedito nel recupero di una dimensione animale e probabilmente troncato nella corsa al recupero di “quell’apparizione unica di una lontananza, per quanto possa essere vicina”, appare come il passo definitivo verso una vera e propria creolizzazione di luoghi geografici, minuziosamente sminuzzati, destrutturati e riformulati in un collage di superficiali immagini “turistiche“. La figura corporea, così come gli zoom sonori custodiscono il riferimento ad uno spazio delineato ed immediatamente distrutto, negato. L’apparizione collassa nell’apparizione, e il luogo fisico diviene puro detrito di una memoria globalizzata in viaggio verso un’imminente cancellazione.

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _________________________

SCIENZE DIAGONALI_ EDITORIAL_ Matteo Antonaci_  18 settembre 2011
© Riproduzione riservata