PRATICHE D'IGIENE.
Ovvero il collasso di un’ipotesi percettiva

> Matteo Antonaci. Quando L’Igiene, ultima creazione della compagnia Habille D’eau diretta da Silvia Rampelli, debuttava il 10 novembre 2010, al festival Natura Dèi Teatri, ideato a Parma da Lenz Rifrazioni, proponeva una pratica teatrale distante da qualsiasi forma di spettacolarizzazione orientata tout court alla problematizzazione della percezione sensoriale di un corpo offerto allo sguardo dello spettatore. Il pubblico era invitato a disporsi liberamente in uno spazio vuoto, illuminato da luci basse, saturato da una densa nube di fumo bianco capace di alterarne totalmente i confini fisici. Guadagnava, questo stesso spazio, la danzatrice Alessandra Cristiani, che, immersa nella nebbia artificiale, mostrava il suo corpo scarno e nudo, impegnato in intime e pudiche pratiche di igiene. Privato di qualunque connotazione sessuale – attraverso una piccola striscia in lattice color pelle posta sulla vagina –, il corpo assumeva, nei movimenti fisici, forme amorfe o animalesche diluendo i propri confini nelle particelle di vapore di cui lo spazio era permeato. Sottratto di qualunque orizzonte di riferimento temporale e di qualunque iconografia spaziale capace di essere luogo (o stimolo all’immaginazione di un luogo) in cui proiettare la partitura fisica, il rapporto corpo-spazio scenico si strutturava così attraverso la negazione della specificità dei due elementi stessi.
Un luogo indefinito ed etereo ospitava un corpo che assumeva, nella pratica fisica (d’igiene, pulizia, cancellazione), le sue stesse qualità, perdendo, nella medesima scrittura coreografica, ogni scansione temporale. Non dilatazione del tempo nel protrarsi del gesto, piuttosto perdita dell’hic et nunc di ogni movimento, nell’eco, nel riverbero, nello spostamento continuo nella massa gassosa. Lo spettatore si ritrovava così a essere non solo testimone dell’azione fisica della performer, ma parte di quell’azione stessa.

La mancanza  assoluta di suono lasciava echeggiare nello spazio ogni minimo spostamento del pubblico, la saturazione dell’aria attraverso il fumo artificiale diveniva elemento fisico capace di mettere in contatto la pelle di ogni singolo spettatore con quella nuda della performer, l’aspetto voyeuristico visivo del corpo nudo si innalzava all’esplorazione della forma: fendere l’aria, disarticolare un corpo disarticolante, privarlo dei suoi organi, proiettarlo di intimità, derubarlo del superfluo, pulirlo, cancellarlo. Era lo spettatore stesso a divenire luogo performativo, spazio indagato dall’opera, studiato nelle sue differenti reazioni e nelle sue proprietà sensoriali e partecipative (con una stimolazione predominante del senso tattile). La promiscuità che caratterizzava L’Igiene non era, allora, da trovarsi nella nudità del corpo esposto, ma nella condivisione dello/degli spazio/i, così come il rischio e la nudità dello spettacolo non erano da rintracciarsi esclusivamente nei suoi fini, quanto negli interrogativi, nelle ipotesi, nelle indagini, negli stimoli che l’opera offriva-assorbiva nel farsi.
Riproponendo L’Igiene all’interno di Crisalide Festival 2011, Habille D’eau mette nuovamente sottoprova la relazione corpo-spazio-sguardo assoggettandosi ai cambiamenti imposti dal luogo (architettonico) e dalla’ambiente (umano) occupato, al numero di spettatori e agli elementi scatenanti tale relazione. Ne esce fuori una differente modulazione della triade indagata, un’alterazione delle connessione tra i tre elementi che conduce a un collasso  - non necessariamente fallimentare - degli intenti iniziali.

                                   L’Igiene, Habille D’eau_Ex filanda (Forlì) ©photo_Marta Ragusa

Lo spazio offerto da Crisalide - al contrario di quello in cui lo spettacolo ha debuttato - più grande e interamente tinto di nero, crea contrasto con la massa gassosa che vuole saturare l’aria, la dirada, ne annienta lo spessore. Lo spettatore piuttosto che disorientato è orientato dalla concretezza di un luogo che mantiene o accentua le sue specificità fisiche. Tutto assume una qualità carnale. Alessandra Cristiani appare come un corpo nudo nello spazio. Un corpo scoperto in una disturbante pratica di coercizione. Una sorta di disarticolazione volta all’espiazione di un dolore insito, una pratica di addomesticamento del corpo non verso un ordine prestabilito, ma verso un ordine imposto segretamente, internamente da un fare isterico/pudico che non è dato scoprire. Ibridazione delle linee corporee dei dipinti di Francis Bacon a una figuratività preraffaellita contenuta dai colori e dalle caratteristiche del fisico stesso della performer (il biancore di una pelle tinta di biacca contrapposto al rosso fulvo dei capelli ricci), la frammentazione del corpo in un urlo cubista. Il rapporto corpo-spazio-sguardo è ambiguo e carnale allo stesso tempo, vive di una prossimità/promiscuità sessuale, fisica, creata dalla nudità del corpo della performer. La percezione tattile è soppiantata da quella visiva e lo spettatore non è più luogo performativo ma suo confine: disturba, scruta, richiude, immobilizza, fotografa (talvolta realmente), il gesto immolato, si disgusta ma cerca una pratica di igiene offerta, come violenza, in una scura arena.

                                                L’Igiene, Habille D’eau_Ex filanda (Forlì) Photo© Marta Ragusa
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Habillé d’Eau
L’Igiene

Ex filanda
giovedì 1 settembre 2011
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SCIENZE DIAGONALI_EDITORIAL_Matteo Antonaci_ settembre 2011
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