L’INCORRUTTIBILITÀ DELL’IMPERFEZIONE.
La ricerca dell’oro nel lavoro di Plumes dans la tête

> Marta Ragusa. La ricerca dell’oro è quasi un compito, un dovere, un ossessionante dovere per Plumes dans la tête in entrambi i lavori presentati alla XVIII edizione di Crisalide Festival. In Stato di grazia così come in Insorta distesa l’oro viene cercato dove meno ci si aspetterebbe di trovarlo. Nella vita estrema e profondamente “diversa” di un ragazzo di 24 anni pedofilo e dedito alla masturbazione compulsiva nella prima performance. Nei resti di un’umanità imbalsamata, immobile, intrappolata dentro la sua stessa forma, la sua stessa struttura, nella seconda.
La scena di Stato di grazia è costruita magistralmente. L’unica figura in scena, incorporata da Silvia Costa, appare letteralmente in bilico, avvolta in un vuoto nero pece. È la rigidità il suo status. È l’emblema di un uomo a cui la società ha assegnato un’etichetta inamovibile: fissato  per sempre, relegato nella feccia. È un personaggio che tocca il fondo e questo fa presagire il peggio. Invece è proprio lì, nel fondo, che si trova un po’ di luce. È l’oro che sfoglia il buio angosciante in cui la figura-in-bilico narra la sua storia tratta da Psychopatia sexualis di Richard von Krafft-Ebing. Migliaia di pezzettini di carta dorati, vibrando, spargono il loro luccichio. Ma la fine è un'altra. Se il mondo in cui viviamo sembra non poter far altro che condannare la corruzione del reietto - che brucerà nel rogo posticcio della giustizia dei benpensanti - questa ambigua figura di Stato di grazia si fa emblema della ricerca del proprio sé. Ed è in quello spazio nel quale è possibile percepire un barlume di bellezza, che  si scroge una santità bataillianamente intrecciata con il male.


Stoto di grazia
_Silvia Costa/Plumes dans la tête_Photo©Marta Ragusa Forlì (2011)

La scena di Insorta distesa è più articolata e complessa. I personaggi questa volta sono due, interpretati entrambi da Silvia Costa (originariamente il lavoro è stato studiato intorno alla fisicità di Nathaly Sanchez, assente a causa di un infortunio). Un corpo disteso, bloccato dentro la propria forma di gesso, insorge liberandosi dal pesante involucro nel quale appare contenuto. Insorgendo si svena. Fili rosso-blu, colori del sangue arterioso-venoso escono dal corpo. Non a caso i nomi di vene e arterie sono proiettati sul fondo a inizio della performance con tassonomia latina. Nella rappresentazione originale, in cui il corpo che insorge era interpretato dalla nera Nathaly Sanchez, era chiaro che la scoperta dell’oro  assumesse la valenza di una scoperta mancata, impossibile. Tolto l’involucro, infatti, non rimaneva che il buio. L’incorruttibilità è qui una meta verso la quale si prova una profonda nostalgia. Come se si trattasse di evocare un tempo remoto di cui restano solo detriti da classificare attraverso una nomenclatura nascosta. Dare nome alle cose, dunque. Questo fa l’archeologo (ancora Silvia Costa interamente coperta da una tuta isolante bianca) che irrompe sulla scena dopo la scomparsa del corpo insorto, annotando sul proprio quaderno tutti i pezzi di un’umanità che fu. È l’impossibilità di essere indifferenti di fronte ai cocci, i residui di vita sparsi a terra su cui, infine, si adagia addormentandosi in mezzo alla polvere e alle sagome vuote.

Quello che risulta evidente in Stato di grazia e in Insorta distesa è, inoltre, la messa in scena di disegno sonoro – curato da Lorenzo Tomio – capace di scandire la potenza di alcuni momenti. È il caso dell’apparizione dell’oro nel fondo della scena e l’ardere del rogo in Stato di grazia; o del corpo appena sgusciato dalla sagoma di gesso che mostra al pubblico la propria morte sotto forma di una corona funebre in Insorta distesa. L’enfasi non sarebbe tale senza l’intervento di un tessuto calcolato e sapiente di sonorità elettroniche e non solo, in grado di produrre tensione e distensione come intervalli del silenzio.


Insorta distesa
_Silvia Costa/Plumes dans la tête_Photo©Marta Ragusa Forlì (2011)

Ma in definitiva cos’è l’oro, cos’è quel metallo tenero, pesante, duttile e malleabile, pieno di luce, segno sin dall’antichità di ricchezza in ornamenti, gioielli e rituali, luce del divino nella tradizione mosaicale bizantina, che così fortemente viene evocato nelle intenzioni creative del gruppo? Questa materia-simbolo potente e antica, vale qui, come nei processi alchemici, come processo di trasformazione e quindi come una spinta alla ricerca. In questo senso acquista un significato ristretto e sincero. In una società paralizzata come la nostra, adusa all’appiattimento delle intenzioni e dei caratteri, impressiona l'azione di chi (come l’archeologo) si mette alla ricerca dell’unicità, nel tentativo di riportarla alla luce da sotto la coltre della normalità che assoggetta e neutralizza, riscoprendone – anche se solo a tratti fugaci – le potenzialità sovversive.

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SCIENZE DIAGONALI_ COLUMNS_ Marta Ragusa_ 10 ottobre 2011
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