UNO SPUNTO DI RIFLESSIONE:
Q U A N D O L A  R I B E L L I O N E  È   N O R M A L I Z Z A T A.
Alexis dei Motus: la costruzione di un brand

> Chiara Pirri. Quando Michel Foucault parla di processi di normalizzazione in Sorvegliare e punire sono gli anni ’70, gli anni della contestazione giovanile, gli anni della rivoluzione e del desiderio di sconvolgimento dell’assetto sociale e morale. In quel  preciso contesto, il filosofo francese parla della società occidentale come di una société du normalisation, che si auto-disciplina attraverso il pouvoir de la norme. Norme e dispositivi nascono con lo scopo di addestrare il corpo e la mente dell’individuo e garantire l’ordine sociale: addolcire il corpo per sottomettere il pensiero e annientare dunque qualsiasi tentativo di rivolta.

Tanta letteratura, molte immagini, pensieri scatenanti o derivati, hanno consacrato quel periodo - gli anni ’60-’70 - come un momento di vera, anche se utopica, rivoluzione. Quale eredità questo passato prossimo lascia a un mondo che vuole ancora invocare la rivoluzione? Si può parlare oggi di rivoluzione, o solo di ribellione? Che differenza intercorre tra rivoluzione e ribellione? E di conseguenza, dove agisce la normalizzazione negli anni zero e secondo quali modalità?

                                                            Silvia Calderoni. Motus_Alexis. Una tragedia greca (2010)

Le estetiche della ribellione e la sua iconografia, nel teatro italiano degli ultimi anni, sono firmate: Motus.
L’ultimo progetto della compagnia riminese, Sirma Antigones, è dedicato alla figura dell’eroina greca archetipo della ribellione. Nell'attraversamento dell’archetipo del personaggio classico, l’immagine e l’immaginario giovane e ribelle dell’attrice Silvia Calderoni dà vita a un’Antigone contemporanea fragile e onnipotente allo stesso tempo.

Le prime tre parti del progetto Let the sunshine in, Too late, Iovadovia, coerentemente con la tradizionale pratica del gruppo, pongono in rilievo il processo di creazione del personaggio e del pensiero che da esso si genera. L’attenzione dello spettatore è veicolata verso i luoghi di confronto tra la dimensione autobiografica dell’attrice e quella della costruzione performativa viaggiando sugli stessi ambigui parametri di senso e linguaggio. Nel riproporre al presente argomenti suggeriti dal testo classico, l’orizzonte di riflessione si indirizza verso due parametri temporali: un presente storico (dove avviene il confronto tra classico e contemporaneo) e il presente evenemenziale della performance. La visione risiona di un’eco tra diversi piani di problematizzazione attraverso i quali viene affrontata la materia: l’autobiografismo, la contestualizzazione e la tematizzazione, così come la riflessione semiotica o meta-teatrale danno vita a un universo aperto, la concretizzazione di un processo che non tende verso una chiusura.

                                                Silvia Calderoni e Vladimir Aleksic. Motus_Alexis. Una tragedia greca (2010)

Alla luce di una pratica simile, la quarta e ultima parte del progetto, Alexis. Una tragedia greca - che ha debutatto al Festival Vie di Modena e di recente presentato al Festival di Dro - si orienta, invece, inequivocabilemente verso la costruzione di un prodotto che si ascrive all'universo esperienziale: un viaggio in Grecia sulle tracce di un desiderio di rivoluzione (documentato in scena con proiezioni video).
Il campo è delimitato con lucidità già dal titolo che (s)chiude l’orizzonte entro il quale il lavoro si colloca: la tragedia che eternamente segue la rivolta. Immagini video e parole testimoni di un viaggio reale, azioni sceniche e momenti di recitazione concorrono con la realtà, evocando la storia della giovane vittima della ribellione studentesca, Alexis Grigoropoulos, e di una Grecia scossa da manifestazioni di piazza.

                                                Silvia Calderoni e Vladimir Aleksic. Motus_Alexis. Una tragedia greca (2010)

Il valore della rivolta è qui dato attraverso i suoi aspetti estetizzanti: immagini di guerriglia, graffiti sui muri, voci roche dall’accento straniero, l’euforia e la disperazione dei corpi sulla scena. Parole e immagini arricchiscono il significante a discapito del significato e afferiscono a un immaginario condiviso e seduttivo che al desiderio di rivolta unisce l’idea della gioventù della rabbia, dell’ideale… un universo di segni che crea una drammaturgia che si rivolge a un interlocutore di massa, tralasciando piuttosto il soggetto. La pratica artistica incontra così i meccanismi di costruzione del brand, attraverso la creazione di una trattazione tematica della rivoluzione piuttosto che agire nella srasgreassione linguistica dei segni, configurando uno spazio della rappresentazione dovedove la rivoluzione non c’è e la ribellione è ormai una pratica normalizzata.

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SCIENZE DIAGONALI_EDITORIAL_Chiara Pirri_1 settembre 2011
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