ART IN RESIDENCE
Produrre in stato di grazia. Parola di Silvia Costa...

> a cura di Adele Cacciagrano.
La XVIII edizione di Crisalide, il festival curato e organizzato da Masque Teatro a Forlì, ha ospitato nel complesso  di Via Orto del Fuoco, sede stabile della compagnia, una residenza come forma di sostegno operativo alla creazione. Abbiamo chiesto a Silvia Costa, ideatrice e fondatrice della formazione Plumes dans la tête, che ha potuto beneficiare di un periodo di lavoro per mettere in forma la seconda tappa del progetto Formazione Pagana.

Nel tuo diario di lavoro, apparso sul sito dell’ultima edizione del festival, scrivi che sapevi di aver bisogno di tempo ed espliciti la necessità di uno spazio espressamente dedicato alla gestazione e alla contemplazione dello svolgersi di una figura. Non di meno, per il progetto Formazione Pagana, procedi alla progettazione di tre quadri che diano la temperatura della trasmutazione in atto, del passaggio della figura da uno stadio all'altro. Non credi che questa di elaborare il progetto per fasi sia, in qualche modo, una scappatoia, un compromesso o forse una rinuncia dettata dalla difficoltà di avere un periodo di lavoro molto lungo, e sia una risposta, invece, alla richiesta di presentazione di lavori sempre nuovi, poco importa  se vorticanti su una medesima materia o idea di base?

Sicuramente esiste oggi un meccanismo insano che spinge alla creazione veloce, che impone ritmi e tempi che non appartengono all’artista, che sono imposti dalle necessità onnivore dei festival. C’è la corsa al nuovo, alla prima assoluta, alla quale è quasi impossibile rispondere se non con una risposta rapida, che rischia di far perdere radicalità e flagranza al lavoro, cose queste che solo con il tempo si possono raggiungere. Devo dire però che non mi sento dentro a questo tipo di sistema.  E a volte mi dico “purtroppo” poiché, per paradosso, il fatto di essere continuamente obbligati a creare, può costituire una sorta di esercizio propedeutico alla creazione. Sento più grave una specie di boicottaggio (scusami la parola, ma non me ne viene una migliore ) da parte di alcuni programmatori. Un disinteressamento a priori che trovo gravissimo. A volte si ha l’impressione che ci possa essere un’unica opportunità per un giovane artista, e che sarà difficile averne un’altra. O che per lavorare serva essere dentro a una qualche realtà contenitore, o presentati da qualcosa, qualcuno, senza possibilità di lasciare che il lavoro parli da sé.

Questo aspetto che metti sotto la lente non ha poi delle ripercussioni anche nei sistemi di circuitazione dei lavori?

Certo, un altro problema è legato alla circuitazione per cui non c’è possibilità di far progredire il lavoro, di farlo crescere. Sento comunque di essere fortunata perché in Italia ho pochi rapporti , ma con contesti con cui si è innescato un dialogo e insieme ai quali posso trovare un mio tempo. La gestazione dei miei lavori è continua: ai contesti che mi ospitano chiedo uno spazio di verifica delle idee. Le idee sono già lì, ma richiedono lo spazio-tempo del teatro per compiersi. Per Formazione Pagana ho previsto tre fasi e esse sono i miei paletti di verifica. I tre stadi sono la struttura. Non si tratta di un materiale destinato a essere rimaneggiato durante le tre fasi, ma di tre lavori diversi, indipendenti. Tre spettacoli che hanno una connessione a livello di struttura mentale e di composizione della materia, ma che sono assolutamente indipendenti. È anche probabile che rimangano tre eventi scollati per sempre, se non si creano le condizioni per circuitare. Ci sono state date per le prime due fasi (Uovo Performing Art festival  e Crisalide); per la terza sono in attesa che si crei il contesto più idoneo. E intanto il pensiero continua ad attaccare da più lati il progetto. È la gestazione continua.

Questa fase del progetto Formazione Pagana  nasce grazie a un periodo di residenza a Forlì per la XVII edizione del festival Crisalide. È intitolato Stato di grazia. Cosa significa per te, dal punto di vista produttivo, poter comporre un lavoro in stato di grazia?

Significa che iniziano i veri dubbi e le difficoltà concrete. Accade quando si mettono in atto le proprie idee. È il tempo dello scontro  e della sofferenza, se vuoi. Del combattere con lo spazio, del prendere forma che è sempre meno poetico della nascita mentale. A volte si ha persino la sensazione che le idee si ribellino. Ma è un momento essenziale e inevitabile, anzi direi che quello è il momento. Dovrebbe poter essere una continua residenza, un continuo attaccamento al lavoro. Un continuo starci dentro.
Si è parlato molto nelle giornate del festival della parola teatro e dell’uso che se ne fa. Io credo di fare teatro nella misura in cui mi serve uno spazio in cui c’è una platea, uno spazio per un pubblico che guarda (e che può avere più forme) , e uno spazio dove avviene qualcosa. Mi serve questa divisione spaziale e necessito di un tempo in cui quello che presento viene guardato. In questo senso sono molto grata a Lorenzo Bazzocchi e a Eleonora Sedioli per la possibilità che mi hanno concesso di operare questa verifica e questa esposizione a Crisalide. È un rapporto, quello con Masque teatro, nato da poco, ma che sento inconsapevolmente profondo e trasparente come il cristallo. Slegato da qualsiasi altra questione se non quella del lavoro. E della sua battaglia.